Yoga online: due insegnanti da seguire

Durante il lockdown ci siamo cimentati con allenamenti più o meno pesanti, con attrezzi più o meno improvvisati, trovando lezioni di vario genere su internet.

Una delle discipline che senza dubbio è stata “praticabile” in più sensi è stato lo yoga.

Su Milano ci sono due insegnanti che grazie al periodo di clausura hanno avuto una svolta online e si sono organizzate per fornire servizi in rete per chi voglia continuare con questa disciplina.

Sono Cristina Simone ed Elisabetta Artemisia Ferrari. Conosciamole insieme.

 

Quando, come e perché nasce la tua passione per lo yoga?

 

Cristina: Ciao a tutti! Prima ancora di diventare insegnante praticavo da alunna. Mi sono avvicinata allo yoga per caso, perché sentivo parlare tantissimo dei suoi benefici. Ho iniziato così la mia ricerca di un corso yoga a Milano che mi piacesse e mi facesse sentire bene. Lungo il percorso ho incontrato un po’ di ostacoli e ho sperimentato stili e classi yoga, a volte, improponibili. Quando ho trovato il mio posto nello yoga, ho iniziato a incuriosirmi sempre di più. All’inizio ero interessata alla parte esclusivamente del corpo e delle posizioni, ma poi con il teacher training ho scoperto anche l’aspetto del benessere spirituale e mentale – vorrei sottolineare che non significa stare 1h seduti a gambe incrociate. Dal 2017 sono diventata insegnante di yoga e meditazione con entrambe le certificazioni internazionali di 500h ryt (registered yoga teacher).

 

Artemisia: Buongiorno! Lo yoga per me non è stato amore a prima vista: ho conosciuto la pratica nel 2007 ma inizialmente non mi ha conquistato del tutto. Ho continuato a esplorare e cercare nel tempo, però, perché sentivo che probabilmente c’era qualcosa che andava ancora scavato per trovare “il mio” yoga.  Di fatto, ho mantenuto sempre accesa la “fiammella” della pratica, alimentandola con tanti stili e maestri diversi: e poco a poco mi sono appassionata, fino a intraprendere il percorso per diventare insegnante. Ora non potrei vivere senza!

 

Che tipo di yoga pratichi e insegni?

C: Io pratico e insegno yoga seguendo il metodo di “yoga del respiro”. È una pratica di yoga tradizionale e molto vicina all’hatha yoga. In ogni lezione di yoga con i miei praticanti lavoriamo su:

*Tecniche di respirazione: per imparare a respirare correttamente, che aiuta a gestire più facilmente lo stress mentale

*Corretta postura e allineamento della colonna vertebrale. Spesso una postura scorretta porta ad avere dolorini vari alla schiena

*Flessibilità ed elasticità del corpo: grazie alle posizioni dello yoga che in gergo si chiamano “asana”. È la parte più scenografica, se vuoi, dello yoga. Ma non c’è solo questo

*Rilassamento: con l’aiuto di mudra e della meditazione.

Sono anche una studiosa di mudra, ovvero gesti che si fanno con le mani e le dita e agiscono su corpo, spirito e anima, influenzando positivamente i nostri pensieri e sentimenti.

 

A: Pratico e insegno principalmente Vinyasa, lo yoga dinamico, con un approccio al movimento molto fluido, mai rigido. In questo senso la formazione di Anukalana Yoga, che ho fatto per continuare gli studi dopo il primo attestato, è stata importantissima.

La chiave per godersi le posizioni, a mio avviso, è non forzarle mai: anche nella più dinamica delle transizioni dobbiamo accompagnare il corpo a scoprire l’asana, non intestardirci a volerla dominare. L’asana è un dono per il corpo e la mente.

 

Perché ti piace insegnare?

C: Ho di fatto due anime lavorative, perché lavoro nel digital marketing e insegno yoga. In entrambi i lavori l’aspetto dell’insegnamento, per me, è prevalente. C’è chi mi ha detto che è un dono quello che ho. Io posso dire semplicemente che mi piace poter trasmettere quello che ho appreso. Nello yoga in particolare vedo il benessere sul volto delle persone alla fine della pratica e questo mi riempie di gioia e gratitudine. Spesso vedo le persone a inizio pratica che sono rigide, tese e respirano male. Riesco a vedere il cambiamento subito dopo la lezione di yoga, perchè il loro volto appare da subito più rilassato, sono calme e respirano bene. Riuscire a regalare un po’ di serenità e benessere alle persone, fa stare meglio anche me.

 

A: Più che un’insegnante mi considero una facilitatrice: non amo molto questo termine ma è l’unico che possa rendere l’idea. Mi piace il fatto di potermi mettere idealmente a fianco dei miei compagni di pratica/allievi per poter condividere con loro ciò che ho imparato, e imparare da loro.

Il mio obiettivo è quello di offrire strumenti che consentano alle persone di godersi una pratica dello yoga sana e consapevole, realmente “nutriente” anche oltre i confini del tappetino.

 

Cosa e come è cambiato grazie all’online?

C: Devo dire che ho sperimentato durante la quarantena l’insegnamento online. Prima insegnavo yoga soltanto dal vivo, a privati, a domicilio, nelle aziende e nei miei retreat di yoga. Avevo sempre pensato che il benessere e l’energia di una pratica di yoga non si potessero trasmettere attraverso lo schermo di un computer o tablet. L’emergenza covid-19 mi ha portato a fare un esperimento di yoga in diretta su Facebook e Instagram e questo mi ha permesso di cambiare idea. Le persone sono state da subito contentissime e ho capito che i benefici arrivano anche in questa modalità. Così oggi insegno yoga online e in videoconferenza, nell’attesa di poterlo fare anche nuovamente dal vivo.

 

A: Insegnare online è stata la vera sorpresa del periodo di quarantena Covid: all’inizio mi spaventava un po’ perché pensavo che fosse impersonale e asettico, un po’ come guardare un pesce nell’acquario. Invece la modalità interattiva garantita dalle piattaforme di videochiamata come Zoom accorcia le distanze al punto che entrare a casa dei propri allievi – e viceversa – diventa umanizzante: una sorta di bella consuetudine che ti fa sentire vicina a loro, tanto quanto vedersi dal vivo (e a volte perfino di più). E magari a volte si finisce anche per bersi un tè insieme!

 

Quali servizi offri online?

C: Ho due programmi di yoga online: per privati e per aziende. In entrambi i casi insegno yoga in videoconferenza. Posso vedere i miei alunni attraverso la webcam e interagire con loro. Dopo ogni pratica loro possono ripeterla, rivederla grazie ai video. Tutti i miei iscritti hanno accesso a un gruppo privato Facebook dove hanno a disposizione a una serie di contenuti esclusivi come videolezioni, meditazioni, esercizi di respirazione, mudra e tanto altro.

 

A: Oltre a collaborare con le scuole e palestre con cui lavoravo già prima, organizzo privatamente lezioni di gruppo e individuali.

E poi, proprio perché da questo periodo così difficile sono nate anche delle belle opportunità, sono finalmente riuscita a realizzare un mio grande desiderio: è nato così Yoga Basics, un mini corso dedicato alle basi dello yoga e indirizzato sia ai principianti assoluti sia a coloro che, pur praticando già, non hanno mai avuto modo di approfondire. Siamo già alla seconda edizione e sono davvero molto felice. Il mio gruppo privato più affiatato è nato proprio grazie a Yoga Basics: perché spesso se provi la pratica non vuoi più smettere!

 

In conclusione?

C: Vi lascio un mudra: è il “Mudra del tempo”. Ne abbiamo avuto tanto negli ultimi mesi, c’è chi lo ha usato bene, chi si è lasciato un po’ andare. Abbiamo capito che il tempo appare una cosa relativa: a volte ne abbiamo pochissimo e riusciamo a fare tante cose, paradossalmente quando ne abbiamo tanto, possiamo sentirci bloccati. Questo mudra può essere fatto ogni volta che sentiamo di “non avere il tempo”, e si può tenere da 5 a 10 minuti.

Come farlo: Unite i dorsi di entrambe le mani e sfregateli l’un l’altro. Unite i pollici Unite le altre dite sulle rotondità alla base dei pollici Tenete le mani all’altezza dello stomaco Tenete gli avambracci paralleli

 

A: Se hai provato lo yoga ma non ti è piaciuto particolarmente, prima di desistere prova a cambiare stile e insegnante. Potrebbe succederti quello che è capitato a me: dalla curiosità all’amore incondizionato. Ed è un bellissimo percorso, di scoperta continua: perché non si finisce mai di essere studenti.

 

Qui tutti i riferimenti di

Cristina Simone

Privati: https://www.yogainciociaria.it/yoga-a-casa-con-cristina/ 

Aziende: https://www.yogainazienda.it/yogaonline-smartworking/ 

YouTube – 12 lezioni gratuite: https:// www.youtube.com/channel/UCpM_Aa0xT382O6MIDVnUOuA

 

Elisabetta Artemisia Ferrari

Social Media Expert, giornalista e insegnante di yoga certificata RYT 500 Yoga Alliance

www.instagram.com/artemisia

www.elisabettaferrari.com

 

Nuoto paralimpico: Federico Bicelli

Il nuoto paralimpico è sempre stato parte dei Giochi Paralimpici, fin dalla prima edizione di Roma del 1960. I nuotatori disabili che gareggiano in queste discipline vengono classificati in base al tipo di disabilità con categorie che vanno da 1 a 10, dove 1 corrisponde ai tipi più severi di disabilità.

Abbiamo intervistato per voi un nostro giovane campione della Nazionale Italiana di nuoto.

 

Ciao a tutti, sono Federico Bicelli e sono di Borgosatollo in provincia di Brescia.

Frequento il secondo anno di università, studio alla Cattolica di Brescia, indirizzo informatico e sono un nuotatore.

Sono nato con la patologia della Spina Bifida, per cui rientro nel Nuoto Paralimpico.

Posso dire che forse proprio questa malattia mi fatto diventare quello che sono.

Ho iniziato a nuotare perché i medici me lo hanno consigliato per la salute e per la patologia, dal momento che rafforza muscoli e nervi. In realtà mi è sempre piaciuto, facevo corsi da quando avevo quattro o cinque anni e così ho deciso di continuare. Ho iniziato agonismo quando avevo otto anni proprio per piacere. A gareggiare mi ha spinto l’adrenalina, ne ho tanta e il nuoto semplice non mi è mai piaciuto. Ho sempre avuto un obiettivo e uno scopo da raggiungere.

Ho disputato molte gare, anche a livello internazionale, come ad esempio nel 2017 l’Europeo Giovanile, in cui ho vinto un oro nei 100mt dorso, un argento nei 400mt stile un bronzo nei 100mt stile libero. Sono state competizioni che mi hanno fatto crescere, mi hanno permesso di vedere lo sport ad alto livello, anche di altre nazioni. È stata una crescita sia fisica che mentale: mi hanno aiutato psicologicamente non solo a capire che ce la potevo fare, ma anche a imparare cose che non sapevo. Sono tornato a casa con qualcosa in più.

Nel 2018 poi ho partecipato agli Europei a Dublino, dove ho vinto un oro nei 100mt stile libero, un oro nella staffetta con la nazionale, un argento nei 100mt dorso, un bronzo nei 50mt stile.

L’anno scorso, nel 2019, ho gareggiato ai Mondiali di Londra, in cui ho ottenuto due quarti posti nei 100mt stile libero, ho vinto un argento in staffetta con la nazionale e sono rientrato nei primi 8 in finale mondiale.

Quest’anno avremmo dovuto partire per le Olimpiadi ma è stato spostato tutto di un anno.

 

Come hai vissuto il periodo della Quarantena?

Durante questi mesi mi sono allenato a secco, quindi fuori dall’acqua e dalla piscina, con esercizi elastici o altri a corpo libero per cui non servisse la palestra. L’ho fatto da solo, oppure con la nazionale facevamo  tre sedute a settimana di gruppo via web.

In parallelo mi sono portato avanti con lo studio, dato che con la carriera del nuoto c’è poco spazio per studiare, invece nell’ultimo periodo ho avuto tempo e ne ho approfittato.

 

Come hai usato i tuoi canali social?

I social li ho usati molto per svagarmi, in questo periodo in cui eravamo tutti tesi per il COVID. Poi lato mio ho portato online quello che facevo nella quotidianità.

Abbiamo fatto molte dirette con amici per raccontare le esperienze e parlare di altro che non fosse il virus.

Per me i social sono molto importanti per portare avanti la parola del nuoto paralimpico, rispetto ad altri sport più importanti, di cui si parla tanto.

Si tratta di qualcosa di molto diverso dal nuoto normale, ha gare molto differenti tra loro perché ci sono categorie diverse e i social aiutano a raccontare le esperienze dei ritiri o delle gare. Ho sempre fatto vedere anche gli esercizi che si fanno per allenarsi perché credo che sia importante far vedere e divulgare cosa possono fare i ragazzi che hanno problemi fisici.

 

Progetti futuri?

A livello personale ho alcuni esami da fare, vorrei concludere l’annata, anche se non è ancora chiaro quali saranno le modalità, dato che gli scritti non si potranno fare in università.

Dal punto di visto sportivo, ho ricominciato a nuotare da una settimana ed è stata molto dura, ma bisogna ripartire. Forse nei prossimi mesi ci si potrà allenare con altri e penso a un ritiro con la nazionale.

Le gare non ci sono fino a Gennaio 2021, quindi non si sa ancora. Però ci sono gli Europei, prima delle Olimpiadi, previsti per Marzo-Aprile 2021, mentre le Paralimpiadi ci saranno sempre verso agosto 2021.

L’agonismo nel Paralimpico è agguerrito come nel nuoto normale, solo che abbiamo molte più gare. Ce ne sono quasi di ogni tipo per ogni categoria, quindi c’è molto da vedere. Da vivere forse il nuoto classico è più agguerrito perché le gare vanno a centesimi di secondo, mentre nel paralimico vanno a secondi.

Però noi siamo spettacolari e non solo perché il diverso attrae (ndr).

Qui il profilo di Federico per seguirlo su Instagram: https://www.instagram.com/federicobicelli/?hl=it

 

Lockdown: Manuel Dei Rossi ci spiega perchè bisogna fare esercizi a casa

Manuel Dei Rossi è uno dei personal trainer di punta di Virgin Active, su Milano.

Abbiamo parlato con lui per capire come affrontare il lockdown dal punto di vista dell’attività fisica. Ci stiamo impigrendo sempre più, siamo diventati forzatamente più sedentari.

Ma quali sono le conseguenze?

Manuel, che rischi si corrono se durante il lockdown non ci si muove in casa?

Questo periodo ci costringe ad un riposo forzato, passando molto probabilmente la quasi totalità delle ore tra letto, sedia e divano.

Tutto ciò somiglia molto a ciò che nella letteratura scientifica viene identificato come “BED REST“, cioè riposo a letto. Sebbene in questi studi i partecipanti vengono forzati a stare esclusivamente a letto per un periodo di giorni variabile, questo non si discosta troppo dalla situazione che stiamo vivendo ora.

Tra i numerosi effetti deleteri di questa situazione, vi è un calo della FITNESS CARDIORESPIRATORIA, identificata più comunemente con il massimo consumo di ossigeno (VO2-Max).

Vale la pena di ricordare che bassi valori di fitness cardiorespiratoria aumentano il tasso di mortalità ed essendo la malattia che ci troviamo ad affrontare prevalentemente a carico del sistema respiratorio, penso sia utile mantenersi in allenamento.

Quante volte a settimana e per quanto tempo bisogna allenarsi a casa?

Il mio consiglio è quello di allenarsi per 3 ore alla settimana, suddividendole in sessioni da 60′ o da 30’.

Il questo periodo e con la scarsa attrezzatura a disposizione nelle case l’obiettivo principale deve essere quello di rimanere attivi

Quali sono gli esercizi minimi da fare in casa per non avere problemi dopo?

Suggerisco di mixare esercizi muscolari, come squat e affondi, con esercizi cardiovascolari, come corsa sul posto e dumping jack.

Da non sottovalutare è la necessità di fare un buon allungamento muscolare, per evitare dolori articolari dovuti alla sedentarietà. Inserire delle sessioni di yoga o stretching all’interno della propria routine vi farà stare meglio.

Se non abbiamo fatto nulla finora, siamo ancora in tempo?

Siamo sempre in tempo per iniziare ad allenarci, ed avendo molto tempo libero questo potrebbe essere il momento giusto per tutte quelle persone che hanno sempre rimandato.

Online si trovano un sacco di allenamenti gratuiti, bisogna solo saper scegliere dei professionisti che si occupano di allenamento tutti i giorni, che sappiano guidarvi nella corretta esecuzione degli esercizi, e non delle influencer che non potendo farsi pubblicità come fanno di solito hanno iniziato a parlare di fitness.

Qui trovate il profilo Instagram di Manuel se volete seguirlo online:

https://www.instagram.com/manuel_personal_trainer/

Trovate i suoi video anche sul canale YouTube ufficiale di Virgin Active

https://www.youtube.com/results?sp=mAEB&search_query=manuel+dei+rossi

 

 

Pallavolo in lockdown: risponde Jacopo Massari

Jacopo Massari, classe ’88, gioca nella Lube Volley di Civitanova come schiacciatore. Nella sua carriera ha vinto parecchio: due scudetti, una Champions League, un Mondiale per club, una Supercoppa, un bronzo europeo e un argento alla qualificazione olimpica Tokyo 2015.

 

Lo abbiamo sentito per chiedergli come sta e come procede il suo lockdown quale pallavolista professionista. Ecco cosa ci ha raccontato.

 

Ciao a tutti, ormai da più di tre settimane siamo in quarantena forzata. Per un giocatore professionista come me, il passaggio da due allenamenti al giorno di normale routine a blocco totale è stato davvero molto forte. Poter fare solo uno o due allenamenti al giorno in casa, senza gioco, senza squadra o avversari, è stata molto forte come cosa da affrontare.

 

Durante la prima settimana ho cercato di ottimizzare il mio tempo e studiare. Sono iscritto a Scienze Motorie e mi mancano tre esami alla laurea. Ho cercato di concentrarmi sullo studio per non perdere tempo utile e tenere la testa impegnata.

Ho letto anche due libri: Niente teste di cazzo, che parla degli All Blacks, anche da un punto di vista di coaching motivazionale, descrivendo il cambiamento effettuato dalla squadra in un momento di crisi per alimentare il proprio ciclo; poi Fratelli di sangue di Gratteri sulla mafia. Li ho trovati interessanti entrambi.

Sempre nella prima settimana mi sono dilettato in cucina, cosa che non faccio spesso. Ho preparato un po’ di tutto e mi sono anche stupito perché ho fatto la pizza per la prima volta ed è venuta molto buona, sono fiero del risultato. Di solito prediligo primi e risotti, che mi piacciono di più. Dopo i primi sette giorni però ho cercato di ritornare a una sana alimentazione, per evitare di perdere o prendere peso e non avere poi la forma fisica adatta per l’attività sportiva.

Mi sono viziato per un po’, ma dopo mi sono rimesso in riga.

 

Dopo tre settimane mi mancano molto gli affetti, la famiglia, gli amici. E la squadra ovviamente. In due anni siamo riusciti a creare un gruppo molto legato. Mancano molto quei momenti la sera a cena dopo gli allenamenti e la semplice quotidianità da spogliatoio.

Sono consapevole che la situazione siamo molto grave e che quello che viviamo noi, le nostre limitazioni, siano solo una piccola difficoltà a confronto.

Dal punto di vista psicologico, mi sta aiutando anche fare yoga e meditazione. Li porto avanti da alcuni anni e ora cerco di praticarli dato che ho più tempo e meno contatti. Possono aiutare.

Con i compagni ci siamo tenuti sempre in contatto, tramite video chiamate di gruppo.

Tutti i giorni alle 16.30 facevamo un allenamento di gruppo via Zoom, con il nostro preparatore. Questa attività ci ha dato la possibilità di allenarci e restare in contatto, far sembrare che l’attività continuasse senza stacco totale dalla Società e dai compagni.

Le video chiamate per fare gruppo sono state e sono molto importanti. Diversi ragazzi non hanno famiglie e noi siamo per loro una seconda famiglia molto unita. Questo è molto importante dal punto di vista mentale.

L’online è stato quindi fondamentale in questo periodo. Ho cercato di usare i social non in maniera compulsiva per condividere qualsiasi cosa succedesse, ma ho sostenuto la raccolta fondi promossa da  Simone Giannelli a favore della Protezione Civile, che ha coinvolto tutti i capitani delle squadre di pallavolo. Ho cercato di far sì che fossero coinvolte più persone possibile.

La società ha poi organizzato una serie di dirette di 30/45 minuti per stare vicini ai tifosi e ho partecipato. È importante stare vicini a giocatori che non vedi da tanto e sentirsi legati alla squadra.

 

Il Campionato è stato appena sospeso, si aspettava che la Lega si pronunciasse per i playoff, per vedere se si poteva andare avanti invece hanno chiuso tutto. Campionato finito, compresa l’assegnazione delle retrocessioni.

Siamo liberi di tornare a casa, però io starò qui ancora 15 giorni, cercando di avere meno contatti possibili con l’esterno – per avere un po’ più di sicurezza e cercare di essere un soggetto meno a rischio – per poi tornare a casa dai famigliari.

 

Prossimi progetti? Finirò gli studi e aspetterò di capire dove si va a giocare.

C’è un progetto che porto avanti da tre anni insieme a quattro soci e grandi amici, si tratta degli Emilia Summer Games che si svolgono a Sorbolo (PR) e che sono un torneo multi sportivo. Quest’anno sarebbe la terza edizione, a Luglio, ma non so se la faremo. Cerco in ogni caso di lavorarci per inserire ulteriori sport – come basket in carrozzina e sitting volley – per farlo diventare un evento a 360°.

 

Lockdown e nutrizione: risponde Antonella Losa

Antonella Losa è una delle nostre professioniste in ambito nutrizione.

Le abbiamo fatto alcune domande per capire la situazione alimentare legata al lockdown.

Quanto è importante curare la nutrizione in questo periodo?

Molto.

Questo è un periodo in cui siamo forzati dalla situazione a cambiare molte delle nostre abitudini, cosa che – senza una causa maggiore “esterna” – è solitamente piuttosto innaturale.

Le abitudini che siamo chiamati a modificare – anche drasticamente – includono anche uno dei pilastri del nostro stile di vita: il movimento.

Siamo inevitabilmente più sedentari, anche se con buona volontà siamo magari riusciti a organizzare in casa una piccola palestra domestica.

Ma, a parte l’allenamento, siamo più sedentari perché – di fatto – la nostra giornata si svolge in un raggio di 200 m al massimo: non prendiamo mezzi pubblici, non camminiamo per raggiungere l’ufficio o per uscire a pranzare, non andiamo dagli amici, non sbrighiamo commissioni.

E questo succede perché c’è un motivo di forza maggiore – un intervento esterno – che ci obbliga a farlo.

Sull’alimentazione, invece, la situazione attuale non pone vincoli, con la conseguenza che tendiamo automaticamente a mantenere le nostre abitudini. Queste abitudini sono tuttavia “in equilibrio” – ovvero non ci fanno prendere peso – con un’attività fisica ben maggiore: in altre parole, ciò che normalmente è per noi “alimentazione corretta” è diventata, con la quarantena, “alimentazione eccessiva”, e lo è diventato nel giro di un decreto, senza che avessimo la possibilità di realizzarlo.

A mettere la situazione ancora più in bilico sono poi le varie tentazioni che abbiamo in casa – dolci e alcolici in primis – nei quali tendiamo a indugiare, un po’ per consolazione e un po’ per noia.

Importante quindi prendere coscienza proprio di tutte queste dinamiche, per non esagerare nelle quantità e per non compromettere la qualità nutrizionale della nostra alimentazione.

La prima cosa da fare? Ridurre le porzioni.

 

Quanto lo sarà quando si tornerà alla normalità?

Dipenderà da come abbiamo attraversato la quarantena.

Se avremo acquisito abitudini meno corrette, consumando magari in modo routinario porzioni troppo grandi rispetto ai nostri consumi energetici o introducendo in maniera continuativa alcolici, dolci o sfizi salati, sarà necessario un periodo di rimodulazione dello stile alimentare che si preannuncia non semplice. L’assistenza di un dietologo, dietista o biologo nutrizionista può essere d’aiuto in questi casi.

Se invece si è sfruttata la quarantena per acquisite una maggiore coscienza di come e quanto si mangia, e per orientare le abitudini verso uno stile virtuoso, allora la ripresa sarà tutta in discesa.

 

Come vedi i progetti di comunicazione aziendali in questo periodo speciale?

Diverse aziende, anche al di là del settore lavorativo, stanno fornendo servizi di formazione sul tema dell’alimentazione in quarantena ai loro dipendenti e ai loro diversi pubblici – in primis quelli social – come messaggio di “caring”, inserito quindi in un concetto di “responsabilità sociale” estesa a tutte le persone che, a vario titolo, hanno un rapporto quotidiano con esse. Newsletter, video e dirette sono gli strumenti che vedo oggi più utilizzati e più efficaci in questo senso.

In questo contesto, le aziende alimentari sono senza dubbio le più attive: interessante notare che le attività di maggior successo in questo senso sono quelle che riescono a staccarsi dalla comunicazione di prodotto – che al momento può essere peraltro percepita come invasiva – per andare a parlare invece di corretta alimentazione con modalità fresche, genuine e non generiche, ma ben circostanziate rispetto al periodo di quarantena nei suoi risvolti pratici e quotidiani. Ed è senza ombra di dubbio questo l’approccio che mi sento di consigliare oggi.

Federazioni & Social: Climbing

L’arrampicata sportiva o climbing è una disciplina che impegna sia fisico che mente.

Si distingue in arrampicata libera o artificiale, a seconda che si utilizzino aiuti appunto artificiali per compiere la scalata, oppure no.

Si può esercitare come progressione in solitaria se l’arrampicatore è singolo, oppure in cordata se gli arrampicatori due o tre.

A seconda dell’ambiente in cui si svolge, si distingue poi l’arrampicata su roccia (pareti rocciose in ambiente naturale), su ghiaccio (ghiacciai o cascate gelate), su terreno misto (se si hanno due o più tipologie di terreno da affrontare), oppure indoor (in palestre attrezzate con rocciodromi).

È no sport in crescita, così abbiamo intervistato Marco Iacono, Responsabile Comunicazione e Marketing di Federazione Arrampicata Sportiva Italiana, per scoprirne di più

Ci racconta della Federazione?

Il 5 luglio 1985 i più abili scalatori si diedero appuntamento in Valle Stretta a Bardonecchia, per dirimere definitivamente la questione: chi fosse il più forte in parete, in un confronto che annullasse il rischio per esaltare la difficoltà.

Nacque quel giorno l’arrampicata sportiva, con le sue regole, i suoi sistemi di valutazione, le gare e i confronti.

L’anno successivo, ad Arco, prendeva vita la manifestazione che in breve sarebbe diventata cult, il RockMaster. La gare furono trasmesse in 7 paesi e furono seguite dal vivo da 10.000 persone. Non male per uno sport che non aveva ancora compiuto un anno di vita! Contemporaneamente in Francia, a Vaulx-en-Velin, un sobborgo di Lione, si teneva la prima gara indoor, gettando così le basi per un rapido sviluppo anche lontano dalle montagne. Sulla scia del successo iniziale, nel 1987 nacque la Federazione Arrampicata Sportiva Italiana che dopo pochi anni ha ottenuto il riconoscimento del CONI e nei primi mesi del 2011 il riconoscimento da parte del CIP di Disciplina sportiva paralimpica.

L’Arrampicata ci ha messo poco tempo ad imporsi come moda e come stile di vita: uno stile mutuato dall’alpinismo e declinato in ambito (e con gusto) prettamente sportivo. Le arrampicate, che si svolgono sempre in assoluta sicurezza, hanno come scopo quello di arrivare più in alto su itinerari sempre più difficili. Perché la base di questa disciplina è il confronto, diretto, appassionato, fino all’ultima presa, con se stessi e con gli altri.

Nel 2007, dopo 22 anni dalla prima gara di Bardonecchia, nasce la Federazione Internazionale IFSC. Lo stesso anno l’IFSC è riconosciuta in via provvisoria dal CIO. A Vancouver, in occasione delle Olimpiadi invernali, c’è stato il riconoscimento definitivo che ha aperto le porte all’inserimento di questa disciplina nella short list degli sport in predicato di entrare nel programma olimpico delle Olimpiadi 2020. Attualmente fanno parte dell’IFSC 74 federazioni nazionali, in rappresentanza dei 5 continenti.

Da alcuni anni, in base ad un protocollo d’intesa CONI e Ministero della pubblica Istruzione, l’arrampicata entra a far parte del programma di “alfabetizzazione motoria” delle scuole primarie. Si riconosce definitivamente il valore educativo di quello che è sempre stato il primo gioco per ogni bambino: arrampicare!

 

Come usate i social a livello di Federazione?

L’uso dei social network negli ultimi 3 anni è diventato sicuramente il canale più immediato, facile e recettivo per divulgare la vita federale e la promozione dello sport arrampicata. Questo ha portato a promuovere i social come canale primario di comunicazione verso il pubblico sia di settore che non.

Principalmente c’è stato lo sviluppo dei 2 tra i più utilizzati, Facebook e Instagram. Entrambi nell’80% dei casi vengono utilizzati per fornire informazioni e aggiornamenti sulle competizioni e sulla promozione del nostro sport, mentre per il restante 20% per fornire informazioni di carattere istituzionale e per raccontare le storie dei nostri atleti. Sicuramente quest’ultimo è un aspetto che vogliamo maggiormente implementare nel futuro.

Nel rapporto con gli sponsor è sicuramente vincente il lavoro di copertura degli eventi sportivi federali in quanto si riesce facilmente ad ottenere grande visibilità dei marchi tecnici durante lo svolgimento delle gare, inoltre nei periodi di pausa non mancano le iniziative congiunte per promuovere i partner attraverso la spettacolarità e la crescita della disciplina.

Ormai praticamente tutti gli atleti delle nazionali giovanili, senior e paraclimbing sono presenti sui social network. Al 90% la presenza si concentra su Instagram, che soprattutto tra i giovanissimi è diventato il canale primario per promuovere i loro risultati sportivi, compresi gli insuccessi. Fondamentale per gli atleti diventa l’utilizzo dei social per promuovere i loro sponsor personali, mentre il rapporto con la federazione è sicuramente uno strumento per veicolare la loro immagine verso un pubblico più ampio e variegato, aumentando la platea da raggiungere.

Ci sono stati eventi di successo o progetti che vi hanno visto coinvolti per i cui i social sono stati importanti?

Sicuramente quest’anno sono arrivati 2 eventi di successo come i Campionati Mondiali Senior di Tokyo durante i quali abbiamo avuto il primo atleta azzurro a qualificarsi per i primi giochi Olimpici della nostra Federazione. Questo evento è stato come un’iniezione di carburante nei nostri canali, che hanno toccato picchi di milioni di contatti in tutto il mondo grazie soprattutto alle condivisioni da parte di media digitali con una forte presenza come Eurosport.

A breve distanza abbiamo ospitato come federazione in Italia i Campionati mondiali Giovanili, dove un’altra atleta di punta della nazionale dei probabili olimpici ha conquistato ben 3 titoli mondiali disponibili su 4 discipline.

La combinazione di questi due eventi di cui uno “in casa” hanno contribuito ad un periodo di forte concentrazione dell’attenzione verso i nostri canali, dimostrando che gli eventi e i risultati sportivi sono sicuramente la prima forma di comunicazione verso il pubblico. L’anno Olimpico segnerà sicuramente un cambiamento radicale nella percezione da parte del pubblico del nostro sport del quale si sentirà sempre più parlare e dovremo essere bravi noi tramite un progetto di campagne di storytelling ad arrivare a far amare il nostro sport.